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ALESSANDRO E IL SUO SORRISO

ALESSANDRO E IL SUO SORRISO


La vita ci presenta ogni momento mille storie e ci vogliamo fermare su una di queste, la storia di Alessandro Mazzone, un bel ragazzino di nove anni che vive con la sorellina Martina, con il papà e con la mamma Vanessa. Quando lo incontriamo, Martina ci viene incontro orgogliosissima dei sandaletti nuovi e luccicanti e subito dopo cerca il fratello a cui è molto affezionata. Una bella famiglia che da un paio di mesi vive unita la difficile malattia di Alessandro.
Si sono manifestati i sintomi iniziali di questa malattia nei primi giorni dello scorso aprile, quando il bimbo si lamenta di una strana tensione alla gamba sinistra. Si sa che i bimbi corrono, che una distorsione è sempre in agguato e per questo la mamma dà inizialmente un peso minimo al fastidio improvviso. Il ragazzino continua ad andare a scuola, tiene molto alla frequenza, alle maestre, ai compagni, ai compiti, ma il fastidio diventa un male sempre più acuto e Alessandro fa fatica a fare ogni cosa, è stanchissimo. I genitori, che non hanno mai sottovalutato gli strani sintomi, e ne hanno giustamente parlato con la pediatra, sono preoccupati da questo improvviso cambiamento del bambino. Dice la mamma: “Era diverso, sofferente, non era più lui.” Passano alcuni giorni tra i ma e i chissà, e si decide in accordo con il medico un ingresso al Pronto Soccorso dell’ospedale Regina Margherita, luogo in cui Alessandro fa la prima lastra alla gamba sinistra. L’ortopedico nota una lesione al femore, e i genitori sono prontamente informati della necessità che la lesione debba essere approfondita. Perciò Alessandro viene ricoverato per una settimana in Pediatria d’Urgenza e sottoposto a tutti gli esami del caso, quindi trasferito in Oncoematologia Pediatrica. Vanessa, insieme al marito, non sa a cosa pensare, è smarrita, timorosa, ha paura di ogni giorno che passa: “La mia era una strana sensazione, come se avessi avuto due porte davanti a me, una aperta e l’altra chiusa...dove potevo passare?” Ma sempre lei ci ricorda quanto e come si possa essere forti in questi momenti di attesa sospesi: “Una forza che non avevo, perché mi sentivo franare la vita addosso, ma non dovevo perdermi, anzi facevo violenza a me stessa dicendomi di smettere di pensare e sorridevo ad Alessandro, rincuorandolo. Questo era la cosa giusta da fare in quei giorni di esami e di non certezze. La diagnosi temuta arriva l’undici di aprile. Alessandro ha il sarcoma di Ewing, mi comunica l’oncologo. Dire che non ho più capito nulla è dir poco, questa sentenza mi rotea nella mente, non trova un luogo in cui fermarsi e mi fa chiedere all’oncologo se mio figlio morirà. Eppure Alessandro che è informato da subito della sua malattia, mi sostiene, sorride e mi dice di stare tranquilla, perché questo tumore assolutamente non vincerà. E quando il mio piccolo perde i capelli per il primo ciclo di chemioterapia, mi dirà sempre sorridente che sapeva di essere carino lo stesso. Ed è così che mi calma e aiuta, con il suo visetto rassicurante!”
A oggi i cicli di chemioterapia a cui Alessandro è stato sottoposto sono tre e sta bene. Ora non è in ospedale, vi si reca per le cure, ha anche un aiuto, per i prelievi soprattutto, dall’assistenza domiciliare attivata dall’ospedale Regina Margherita. Certo in famiglia hanno tutti imparato a vivere sempre e solo l’oggi, senza che il domani interferisca mai, mentre la sorellina Martina ha imparato ad aspettare il fratellino da quando era in ospedale e non era più a casa a giocare con lei. Nel primo mese della malattia era andata a trovarlo e lo salutava al di là di un vetro in ospedale, ma sempre con la consapevolezza che lo avrebbe riabbracciato. In questo percorso che è comunque angosciante, Vanessa ha però una certezza, la solidarietà che trova in ogni persona che in qualche modo entra in contatto con lei e il bambino in primis e successivamente con tutta la sua famiglia. “In ospedale ho trovato un’umanità che non si riesce neanche a pensare, tanto è grande, enorme, costante e senza limiti. L’attenzione che tutti hanno donato ad Alessandro, e di dono si tratta, gli ha permesso di vivere i giorni del ricovero come la normalità, anzi in ospedale stava benissimo, coccolato da tutti e sereno. Il personale medico, infermieristico lo ha sempre avvicinato con parole rassicuranti e affettuose, con una vicinanza vissuta attraverso la presenza e l’attenzione per ogni sua richiesta. Noi non ci siamo mai e proprio mai, sentiti soli. Un gran via vai di aiuto in ogni occasione. E i volontari UGI con i giochi venivano da lui, quando era in ospedale, lo intrattenevano per ore, lo facevano giocare a tal punto che Alessandro si dimenticava cosa stesse vivendo e rideva felice. Anche per me c’è stato un aiuto notevole da tutti coloro che si muovevano intorno, io vivevo come in una bolla che temevo scoppiasse da un momento all’altro ed è stato grazie alle psicologhe che lavorano nel reparto del quinto piano, che questo non è successo. Ero sfinita, ma con loro ho imparato che devo fare tutto ciò che è necessario e superare l’ansia e la tristezza.
Vanessa è un tecnico di laboratorio ed ha un contratto a tempo indeterminato presso il laboratorio di anatomia patologica dell’ospedale Molinette di Torino dal 2000. I suoi colleghi di lavoro le sono tutti vicini, la sostengono come possono, con parole amiche. Non è ancora tornata al lavoro da quando il bambino si è ammalato e ci tiene a dire che non lavora perché non può. È ricorsa alle ferie solidali, previste in questi casi, sono trenta giorni e poi vedrà come conciliare tutto quanto.
Il suo piccolo ometto con un sorriso le ripete: “Mamma sono curato e non preoccupato.”
Un coraggio attivo.

Giovanna Francese

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