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ELENA MARINI BIOLOGA DEL CENTRO TRAPIANTI

ELENA MARINI BIOLOGA DEL CENTRO TRAPIANTI


Esiste un film biografico chiamato “Hidden Figures”, che parla delle donne di colore della NASA quando l’esplorazione spaziale era ancora agli inizi. Queste personalità, di cui si sa poco, sono state essenziali per permettere all’essere umano di raggiungere le stelle. Lo stesso capita all’interno dell’Ospedale Regina Margherita, dove operano professioniste non sempre conosciute ma essenziali. Per scoprirne di più abbiamo intervistato Elena Marini, biologa del Centro Trapianti dell’Ospedale Infantile Regina Margherita.

Che tipo di formazione e come è giunta al Centro Trapianti?
Io ho studiato biologia con curriculum biomedico e ora sono al secondo anno di una scuola di specializzazione della facoltà di Medicina che durerà 4 anni. Sono venuta a contatto per la prima volta con il Laboratorio Centro Trapianti del Regina Margherita proprio per il tirocinio dedicato alla stesura della tesi di laurea magistrale. Dopo qualche mese dalla laurea c’è stato un bando per una borsa di studio indetto dall’UGI che ho vinto e mi ha permesso di operare all’interno di questa realtà. Attualmente ho un assegno di ricerca e quindi continuo il mio percorso come ricercatrice al laboratorio del Centro Trapianti.

In cosa consiste il suo lavoro?
Qui al Centro Trapianti ci sono biologi che, come me, fanno ricerca ed altri biologi che gestiscono la questione clinica. La figura del biologo è importante in entrambi i campi: per quanto riguarda la clinica si spazia dalla manipolazione delle sacche per il trapianto di midollo piuttosto che all’analisi effettiva immunofenotipica delle cellule del paziente e delle sottopopolazioni linfocitarie delle cellule staminali (tutte analisi cliniche che servono al paziente). Invece per quanto riguarda la sfera della ricerca il biologo è la figura che fa gli esperimenti dei progetti di ricerca. E’ un percorso che evolve man mano durante il progetto. Ovviamente il biologo è quello che può anche scrivere progetti nuovi in modo da dare nuove idee.

Come funziona la collaborazione con il personale medico?
Con il personale medico c’è una collaborazione continua perché è continuo lo scambio di idee e la messa a disposizione dell’expertise da entrambe le parti. Ciò è possibile grazie ad una comunicazione efficace e costruttiva sia in campo clinico che in campo di ricerca: in entrambi i casi il biologo ed il medico lavorano fianco a fianco su aree diverse. Il risultato di tale collaborazione è l’innovazione degli strumenti per la salute del paziente oncologico pediatrico.

L’epidemia attuale ha modificato il vostro lavoro? Se sì, come?
Ovviamente ci sono delle norme da rispettare per quanto riguarda l’emergenza Covid, ancora di più in ospedale. Queste norme di sicurezza prevedono un numero determinato di persone per metri quadri di superficie ambientale. Io, la dottoressa Banche e la responsabile dell’Unità di ricerca, dottoressa Mareschi, abbiamo fatto i turni per evitare che la parte clinica soffrisse a causa della riduzione del personale. Da casa abbiamo lavorato in smartworking. In molti potrebbero immaginare che il lavoro del biologo sia al microscopio, sotto la cappa, ma oltre a quello c’è da fare anche poi tutta l’analisi dei dati al computer. Quindi ci siamo alternate da casa facendo in modo che il lavoro continuasse senza problemi, in modo che la nostra priorità, il paziente, fosse opportunamente seguito.

Ci sono innovazioni nel suo campo di ricerca?  
In questo momento stiamo studiando i sarcomi ed il nostro scopo è trovare delle soluzioni innovative ed efficaci contro, ad esempio, l’osteosarcoma, un tumore ad alta incidenza nella seconda decade di vita dei pazienti pediatrici. In questo momento facciamo parte di progetti importanti in cui allestiamo delle colture cellulari a partire proprio dal tumore primario del paziente, ovviamente previa autorizzazione da parte dei genitori ed utilizzando materiale in eccesso rispetto alla diagnosi ed alla clinica, per analizzare le cellule staminali tumorali sotto ogni punto di vista (quindi genotipico, fenotipico, morfologico) per andare a trovare dei marcatori o delle mutazioni specifiche di quel tumore. In questo modo potremo utilizzare dei farmaci già esistenti o nuovi che vadano ad agire proprio su quella mutazione o quel marker specifico. Oppure, ma di questo si potrà parlare in futuro, stiamo lavorando sulla terapia cellulare, in modo da realizzare una cura personalizzata. Un altro progetto che sto seguendo con le dott.sse Banche e Mareschi è l’utilizzo del secretoma delle cellule staminali mesenchimali da caricare con i farmaci chemioterapici per una terapia estremamente mirata. In pratica vogliamo caricare queste vescicole con il farmaco chemioterapico ed utilizzarle come trasportatori del farmaco a livello delle cellule tumorali.

Alla luce di tutto quello che ci ha detto finora, può raccontarci come mai ha deciso di intraprendere questo percorso lavorativo?
Forse ho intrapreso questa strada perché anche mio nonno, una delle persone a cui ero più legata, mancò a causa di un linfoma. Si, credo che sia stato questo a spingermi a seguire la mia strada e a sperare di fare qualcosa per queste malattie. Fin da piccola è stato il mio sogno cercare una cura contro queste malattie terribili che esistono da anni ma erano più sconosciute. Adesso con l’innovazione tecnologica si conoscono meglio ed è una cosa positiva, in quanto è possibile trovare nuove soluzioni.

Pierpaolo Bonante

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