EMERGENZA UCRAINA

EMERGENZA UCRAINA


Il 25 febbraio 2022 le agenzie di stampa battono la notizia dell’inizio della guerra in Ucraina.
Putin e Zelensky, i due capi russo e ucraino, si fronteggiano ormai da tempo. La guerra in realtà era già iniziata dal momento in cui Putin aveva manifestato la volontà di conquistare quel territorio, mentre Zelensky rivendicava l’indipendenza. Truppe di terra, aerei militari, navi da guerra sembra di tornare alle cronache della Seconda Guerra mondiale. Azioni militari che si susseguono, resistenza strenua da parte degli ucraini, volontà di conquista irremovibile della Russia. Giovani soldati chiamati a combattere, chi per difendere chi per attaccare, ma tutti giovani e inesperti, forse addirittura inconsapevoli e incapaci di comprendere fino in fondo i motivi di tanta aggressività, di tanto odio. Cosa fa l’Europa e il mondo intero? Chi si schiera con Putin, chi con Zelensky. Sanzioni e avvertimenti ritmano la guerra. L’economia comanda, il gas diventa il protagonista principale. Immagini raccapriccianti dominano ormai i nostri telegiornali e gli speciali online. Ormai la guerra, ovunque si trovi, la si vede in ogni casa, in ogni momento, che lo si voglia o meno. Impossibile non essere aggiornati e non assistere alle azioni di attacco e di difesa. File interminabili di auto che tentano la fuga, corridoi umanitari più o meno rispettati raccolgono persone in quantità. Donne e bambini con gli anziani si ammassano ai confini in cerca di aiuto. Sembra impossibile che nel 2022 si possa assistere a spettacoli di questo genere.
Eppure è così.
Ospedali bombardati, scuole ridotte in macerie, bombe che piovono da tutte le parti. Che ne sarà di tutta questa gente? I malati dove andranno a finire? Chi si preoccuperà di proteggerli per curarli al meglio?
Tra questi tanti bambini malati oncologici che hanno interrotto le loro cure improvvisamente e si sono rifugiati nelle cantine ad ogni suono di allarme. Ed è qui che si è messa in moto la macchina umanitaria: associazioni europee che si sono subito organizzate per andare a prenderli, per accoglierli in qualche modo e dar loro un minimo di sicurezza.
Mamme con bambini malati con l’angoscia nel cuore. Il marito, il fratello, il padre a combattere la guerra contro la Russia e loro con i figli a combattere la guerra contro il tempo e contro la malattia. Due guerre uguali, altrettanto tormentate con tante incertezze e una grande preoccupazione, soprattutto con grandi interrogativi: che ne sarà di noi? Quando finirà tutto? Troveremo quel che abbiamo lasciato? Sopravviveremo a tutto questo?
Si fa in fretta a dire “emergenza” e pretendere che tutto funzioni con uno schiocco di dita. Comprendiamo che c’è da fare, bisogna attivarsi per risolvere il problema. Ci vuole organizzazione, denaro, spazio e capacità di accoglienza e tanta pazienza. Arrivano persone che hanno bisogno di aiuto, di accoglienza, di calore umano. È quello che cerchiamo di dare. Accoglienza e comprensione.
Non capiscono la nostra lingua, solo qualcuno parla qualche parola di inglese, difficile intendersi e difficile capire l’esigenza del momento. Sono arrivati con quel che avevano, poco niente. I figli malati, gravemente malati, con le cure interrotte così senza criterio perché l’ospedale era stato bombardato o era sotto minaccia di bombardamento. E come si fa a non accogliere? C’è un’emergenza come ce ne sono state tante altre, ma questa ci tocca di più, come mai? Ci siamo forse resi conto che quella guerra, quelle bombe e quella distruzione potrebbero capitare in qualsiasi momento anche a noi? Oppure era tanto tempo che la guerra così vicina la leggevamo solo sui libri di storia? Non lo so, ma il fatto certo è che ci tocca e ci coinvolge.
Li abbiamo visti arrivare, prima in aereo poi in pullman, sono scesi davanti al Regina Margherita attorniati da mediatori e medici e la grande organizzazione è partita.
UGI, Sermig e Casa Oz si sono unite per dare aiuto a tutti loro. Una grande rete di solidarietà organizzata, per non disperdere energie e finanziamenti. In tanti ci stanno vicino e ci fanno arrivare aiuti di ogni genere: soldi, vestiti, cibo. Ogni associazione ha messo a disposizione le proprie forze; l'UGI ha accolto sette famiglie nella propria casa di accoglienza dando loro un luogo in cui stare al sicuro con i propri figli.
Il reparto di oncologia pediatrica li sta curando al meglio e già ci stiamo organizzando per assicurare loro continuità di assistenza, anche dopo quando staranno meglio.
Il Servizio Sanitario Nazionale ha già integrato i bambini in cura, hanno diritto a tutte le prestazioni mediche e sono entrati a pieno diritto nelle maglie della gratuità.
Il Comune per il momento fornisce un contributo mensile per le loro spese, per fortuna hanno bisogno di poco visto che oltre all’alloggio vengono dati loro anche la spesa settimanale e le medicine.
Ma non basta, mediatori culturali si sono messi a disposizione per fare da ponte tra noi e loro. Sono indispensabili per comprendersi, ma abbiamo anche attivato delle lezioni di italiano per stranieri che due volontarie forniscono due volte alla settimana. Così ucraini, albanesi, marocchini si trovano insieme ad affrontare le difficoltà della lingua italiana e si aiutano a vicenda. Questa è comunità, solidarietà e convivenza tra i popoli.
Per i volontari dell'UGI non è una novità tutto questo. Tempo fa, per esempio, ha fronteggiato l’emergenza Venezuela, quando nel 2016 fu dichiarato lo stato di emergenza e la popolazione ha sofferto una seria difficoltà economica. In quel momento avevamo alcune famiglie ospiti in Casa UGI che hanno espresso il desiderio di non tornare mai più nella loro terra. Si trattava di sostenerle, pagare loro le cure che fino a quel momento erano state coperte dalla Fondazione di una Compagnia petrolifera venezuelana, trovare loro un lavoro e una casa per il futuro.
Ce l’abbiamo fatta, con difficoltà e tanto lavoro, ma ora sono tutte sistemate e avviate verso l’autonomia. Così sarà per le famiglie ucraine che vorranno restare in Italia fino al momento in cui non potranno tornare a casa loro.
 
Marcella Mondini

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