Enzo Dino

Enzo Dino


LA STANZA DEL SORRISO

UGI fa capolino nel prossimo film di Enzo Dino

ENZO DINO abita a Venaria ed è autore e regista della sceneggiatura di questo film, intitolato “La stanza del sorriso” che girerà a Torino dal 29 settembre e per cui ha scelto Casa UGI come una delle location. La formazione del regista è avvenuta all’Accademia del Cinema di Roma; ha vissuto quindi esperienze cinematografiche, di teatro, e ha partecipato a fiction in prima battuta come attore; questo sin da quando nel 2006 ha interpreto una prima parte, importante per il suo inizio, in “La freccia nera”; a scorrere ha lavorato con Lino Banfi in “Il mio amico Babbo Natale”; per arrivare alla sua prima regia del cortometraggio nel 2014, dal titolo “Il professionista”.
Enzo ci dice: “Avevo 19 anni quando ho cominciato, ora ne ho 31”. Un apprendistato notevole che lo conduce a essere ciò che è oggi, un regista attento e partecipe a ciò che lo circonda e che si è proposto di produrre il film dal titolo emblematico: “La stanza del sorriso”.
È doveroso capire subito quale differenza scorra tra un cortometraggio e un film ed Enzo insegna che dipende esclusivamente dal minutaggio ossia, secondo le regola dei festival del settore, un cortometraggio ha un massimo di 25 minuti; invece si deve chiamare film una qualunque produzione cinematografica che superi i 70 minuti. In mezzo c’è un prodotto che si chiama medio, ma è poco usato. Viene a questo punto da chiedere a Enzo Dino quale sia il primo film di cui è regista e la sua risposta è “I am no body”, per cui ha lavorato nella co-regia con Ferdinando Vetere. Prossimamente, sempre con Vetere, partirà questo progetto di cinema in parte girato a Casa UGI.

Ora, Enzo, ci devi raccontare come hai deciso di intraprendere un’esperienza di cinema con Casa UGI e come sei arrivato a questa realtà.
Il modo è davvero strano, credimi. Forse addirittura comico. In una delle quotidiane passeggiate con il mio cane che devo portar fuori regolarmente, incontro un ragazzo che come me espleta questo dovere quotidiano. Si sa che i padroni dei cani fanno spesso amicizia tra di loro e proprio questo capita con il ragazzo; chiacchieriamo, ci scopriamo entrambi appassionati di cinema e gli racconto della mia idea di un ipotetico film legato alla malattia per il quale volevo però trovare una location colorata, che non fosse il solito bianco e neutro ospedale e… cosa magnifica, l’amico mi parla di Casa UGI.

Quindi ti incuriosisce inizialmente l’indicazione generica.
Non conoscevo questa realtà e mi ci sono avvicinato in questo modo, casualmente. Ho telefonato a Casa UGI, sono entrato in contatto con i responsabili delle iniziative legate alla Casa, che si sono resi gentilmente disponibili nel giro di due giorni e con entusiasmo hanno accolto l’idea del film; con loro ho preso immediatamente accordi per l’utilizzo della Sala Madon, che fa proprio al caso mio, così colorata, grande, luminosa, oso definirla bella quando c’è sofferenza attorno, e non è facile! Questa stanza va benissimo per la mia sceneggiatura e il futuro film che si chiamerà “La stanza del sorriso”.

Qual è la sua storia, quella che ha dato origine al copione del futuro film, quella da cui è partita l’idea?
Vale la pena sintetizzarne il racconto che Enzo fa partendo dal 2013 quando gli diagnosticarono un carcinoma al testicolo destro, una particolare forma di tumore che colpisce soprattutto i giovani. Per questo motivo si curò a Candiolo, venne operato al Mauriziano, il normale protocollo per questo tipo di malattia. L’eccezionale sta nel fatto che la malattia e la cura gli lascino una traccia che fa affermare: “Mentre ero in terapia ho visto tante cose che non pensavo potessero essere; prima della mia malattia facevo l’attore, pensavo alla carriera, al guadagno, alle foto, in una prospettiva che ora mi tocca, sì, ma che non considero oggi come unico obiettivo di vita. Si fa in fretta a confondere la superficialità con il fondamentale, in questo settore spesso troppo pieno di luce, di sfavillio, di voci, di chiasso. In seguito, e devo questo cambiamento di rotta in parte alla mia malattia, ho voluto recuperare, non so neanche definire che cosa, ma so che mi sono chiesto come farlo; e mi sono risposto: “Con lo scrivere il vissuto che aveva un senso raccontare”. Enzo inizia così la stesura della sceneggiatura, ma qualcosa ancora non lo convince, non si sente capace di far capire agli altri cosa significhi il termina malattia, l’emozione della paura ed accantona il tutto. La vita decide a questo punto per lui perché Fabio, un amico conosciuto durante le sedute di chemioterapia e con cui Enzo aveva condiviso speranze e attese, non ce la fa nella personale lotta contro la malattia. Questa morte così tragica genera però una gran voglia di salvare tutti i valori di condivisione, la speranza che c’è anche quando sei a pezzi ed ecco che riprende a scrivere. Oggi a Fabio è dedicato il film futuro “La stanza del sorriso”. Fabio è stata la persona giusta per ricominciare.

E ora passiamo a vedere un po’ più da vicino il film. La sceneggiatura di cosa parla?
Parla di Luca Mantovan, che io interpreto, il medico che riesce a trasformare la degenza in ospedale, più precisamente di un reparto oncologico, in una festa. È un personaggio di grande umanità, spesso ostacolata da un collega che gli dice, in seguito alla generosità con cui Luca tratta i malati: “Non bisogna illudere i pazienti con troppi atti di amicizia... potrebbero pensare che siamo Dio”. Ma Luca sa come difendersi e gli risponde prontamente: “Non vedo nulla di male nel regalare un sorriso”.

Hai detto… che io interpreto.
Infatti io sono un protagonista, il regista e anche produttore perché in questo lungometraggio ho impegnato i miei risparmi. Ovviamente ho accanto altre persone che mi sostengono e insieme a noi ci sono alcuni sponsor; inoltre abbiamo attivato una raccolta fondi, il cui ricavato nella misura del 20% sarà devoluto a Casa UGI. Quando il film sarà finito e pronto per uscire nelle sale, sarà distribuito da Film Commission che proporrà una prima mappatura delle sale a Torino e in Piemonte.

Ti farei questa domanda, è volontariato il tuo lavoro del film?
Tutto gratuito, tranne le spese della troupe tecnica e intendo per questa chi lavora all’audio, alla fotografia, alla musica, al ciak, gli aiuti regia, insomma una quindicina di persone tra ingegneri del cinema e specializzati, tutti splendidi. Un bel cast.

Torniamo al contenuto della sceneggiatura.
Luca Mantovan, il protagonista medico del reparto oncologico decide di creare in ospedale una camera (come ho già detto sarà la camera UGI a comparire e ad essere la location giusta) per far sì che i pazienti siano più sereni,sorridano soprattutto durante le terapie invasive. Decide corsi di ogni genere, di musica, teatro, tanto per citarne un paio. La sceneggiatura è ovviamente più ampia ancora: c’è un medico antagonista che si oppone a questo progetto, quindi nascono, competizioni, tensioni; ci sono degli amori, dei colpi di scena sennò il film sarebbe troppo scontato. Gli attori saranno tutti adulti perché non mi sentivo di fare recitare malattie importanti ai bambini, mentre è diverso con gli attori adulti, tutti professionisti che hanno la consapevolezza di stare semplicemente interpretando un ruolo.

In quali altri luoghi, oltre che a Casa UGI, si svolgerà il film?
La Sala Madon e già lo sappiamo; altre stanze verranno prestate dalla struttura per la vecchiaia di Via San Marino; gli esterni saranno girati nelle zone del quartiere Crocetta, della discoteca ex Banus di corso Casale; in una casa privata, in piazza Castello.

Vuoi anticipare altro del film?
Un’idea che mi frulla in testa è quella di inserire alla fine del film, prima dei titoli finali, alcune brevi interviste di volontari militanti in UGI, una testimonianza nei più o meno 100 minuti di durata complessiva del film.

Quando inizieranno le riprese?
Il 29 settembre e in UGI solo il 22 ottobre, giornata in cui si calcola di girare 5 scene. Le riprese dureranno complessivamente tre settimane circa. Entrerà nei circuiti di distribuzione durante la primavera del 2017. Ci sarà un’anteprima per soli addetti dopodiché ci affideremo alla distribuzione, attraverso agenzie che se ne occuperanno. La distribuzione avverrà in tutta Italia.

Vuoi definire per noi il genere del film?
Direi che può essere definito una commedia agrodolce, con dei sentimenti, dei drammi. E parlo di sentimenti particolarmente forti nella vita quotidiana e non necessariamente legati alla malattia. Ad esempio, tra il dottor Mantovan e un barbone che vive sotto casa sua si crea pian piano un legame che fa sì che il suddetto protagonista si ricordi di lui e gli porti una volta una birra, un’altra volta un panino. Sempre il dottor Mantovan regala un CD a una paziente, per un attimo di felicità. Ci sono anche un paio di morti nella mia sceneggiatura, ma ho cercato di rendere il film sereno comunque, con un messaggio di speranza che è pregnante in ogni evento narrato. Ti dirò, spero anche che il pubblico rida, ho inserito episodi ilari e cosa c’è di meglio di un sorriso quando si affronta una malattia?

Il film riprende le giornate quindi, di quali persone?
Le giornate dei medici e dei pazienti. Ci tengo a dirti che “La stanza del sorriso” diventa nelle nostre intenzioni, e spero si riesca a comunicare ciò anche al pubblico, un simbolo di condivisione, affetto, speranza e di mille altre sfumature personali aldilà della malattia.

A questo punto ti chiedo di dettagliare il messaggio del film.
Bella domanda la tua. Sai che mi viene spontaneo pensare alla filosofia che avete tutti voi dell’UGI? Mi spiego meglio. Mi piace il vostro modo di impegnarvi per rendere le cose il più possibile serene. Un pensiero che vi omaggia è questo, insieme al sorriso e alla leggerezza che offrite, accanto all’impegno. Aspetta non ho finito; nella mia sceneggiatura ho inserito una frase di Anton Cechov: “Perfino essere malato è piacevole quando sai che ci sono persone che aspettano la tua guarigione come una festa”. Anche questa mi ricorda tutti voi.
E questo aforisma di sapore morale dà ad Enzo l’occasione per divagare tra pensieri diversi, che non narrano il film, ma sono tanti piccoli flash di vita che gli scorrono davanti e che lui ricorda con affetto. Indugia su un suo spaccato di quando malato faceva la chemio e si sedeva sulla sedia dove lo attendevano le flebo; accanto c’erano i compagni di terapia con i quali scambiava sguardi in cui si rifletteva la domanda:
“Ma perché siamo qui proprio noi, perché ci siamo meritati questo?” E la domanda di allora è diventata la certezza di Enzo, oggi che afferma che le cose succedono e basta. Così in questa situazione angosciante e dolorosa i compagni di chemio finivano per ridere su qualcosa e per dirsi che nessuno si merita questo. È così che la malattia unisce e insegna la condivisione del dolore, dice Enzo, e porge la certezza della positività, della solidarietà che si crea e l’amicizia che lui ha trovato in questa situazione.
Si chiude la chiacchierata con il regista e proponiamo la lettura di una lettera scritta da una donna di 44 anni, malata terminale. La lettera è entrata nella sceneggiatura del film, s’intitola “Apprezzare la libertà”

APPREZZARE LA LIBERTA’
Fra queste mura, l’ansia per una vita perfetta è scomparsa.
Durante la mia vita mi sono fissata su cose insignificanti,
come ad esempio la pancia tonica che non ho mai avuto.
Ora invece farò di tutto per mantenere questo corpo,
tenterò di conservare la ciccia sullo stomaco
e i capelli che continuano a spuntare.
Tutto è diventato irrilevante e passato in secondo piano.
E allora gente è proprio a voi che mi rivolgo.
Voi lì in mezzo al traffico delle città.
Smettete di avere paura di vivere la vostra vita.
Lasciate il vostro lavoro che tanto odiate
e seguite il vostro sogno.
Chiedete un appuntamento alla persona che vi piace.
Venire respinti è peggio di non averci neanche provato?
Qualche settimana fa ero come voi.
E pensavo di avere tutto il tempo del mondo.
Probabilmente tu ancora lo hai.
Cosa hai intenzione di fare?
Cosa darei per poter stare lì fuori a guardare il cielo.

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