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GIULIA BINANDO MELIS

GIULIA BINANDO MELIS E LA SUA BAMBINA SPUTAFUOCO


Giulia Binando Melis si presenta così: “si è laureata in filosofia con una tesi sulla morte, ma giura di essere un tipo allegro. Di giorno realizza progetti narrativi come creativa freelance, di sera è una cantante. Solitamente non fa lo sbaglio di invertire”. Nel suo primo romanzo, “La bambina sputafuoco”, racconta una storia che “conosce fin da quando era bambina”. Ne abbiamo parlato con lei dopo aver letto il suo bellissimo libro.

Mina è la protagonista del tuo romanzo, ed è un drago sputafuoco. Sei un drago anche tu?
Ho cercato di esserlo, ed è un mio obiettivo tuttora. Il drago è una figura che mi ha accompagnato per tanto tempo, perché io ho cominciato a leggere con i fantasy. Quando stavo in ospedale la lettura mi ha aiutata tantissimo, ricordo la Bibliomouse in ospedale. Quei draghi che trovavo nelle storie rimanevano a farmi compagnia in stanza; mi piaceva che fossero così forti, che tenessero lontane le persone e al tempo stesso custodissero dei segreti importantissimi. E anche a Mina piacciono, per quanto Mina non sia me, ma un insieme di tante persone e di tante storie, un personaggio inventato. In realtà il drago non viene fuori tantissime volte, ma soltanto quando Mina ne ha bisogno, quando le servono i suoi poteri.
Mina trae la forza per sputare fuoco e combattere il cancro dalla sua immaginazione, dalla sua famiglia e dall’inaspettata amicizia con Lorenzo. Raccontaci come possono essere affilate queste armi contro il dolore.
Quando proviamo dolore l’altro è sempre molto lontano da noi, perché il dolore è personale quindi tendiamo un po’ a isolarci e fatichiamo a sentirci capiti. Anche se siamo in un ospedale pieno di persone che magari stanno attraversando la stessa malattia, ci sentiamo unici, gli unici a dover sopportare tutto, ed è esattamente così che si sente Mina all’inizio. Il punto di svolta non è stato comprendere che ci sono altre persone come lei che vivono esperienze simili alle sue, ma tirare fuori la rabbia che teneva dentro. È quello che riesce a farle fare Lorenzo. Le insegna che non bisogna avere paura della rabbia, perché è naturale quanto tutti gli altri sentimenti, e serve! Tirarla fuori serve!
Questo si intuisce fin dal primo incontro tra Mina e Lorenzo…
Si, loro hanno un primo incontro molto turbolento, ed è lì però che Mina riconosce la sua stessa ira, quella che stava ingoiando e nascondendo a sé stessa e agli altri. Lorenzo le mostra che questa rabbia si può tirar fuori e - anche se magari dà fastidio agli altri - non è sbagliata, non è un problema. Loro si arrabbiano insieme, contro tutto e contro tutti, e questo li unisce. La rabbia è calore, è una sorta di motore termico grazie al quale possono avere la forza per affrontare le cose, per combattere la malattia.
La rabbia come motore per riuscire a percorrere quel pezzo di strada e arrivare altrove, al sicuro.
Sì , la rabbia è energia che loro incanalano, questo è il trucco!
L’altra figura bambina, centrale quanto Lorenzo, è Olivia: la sorella minore di Mina. Il loro rapporto resta solido anche se si devono riconciliare con le figure l’una dell’altra, perché sono cambiate.
Il rapporto tra le sorelle è fortissimo, e ci loro tengono così tanto da trovare il modo per riuscire a continuarlo anche se lontane, e addirittura ad accrescerlo. Si tratta di riposizionarsi un po’, i ruoli cambiano: Mina scrivendo a Olivia pensa di continuare a fare la sorella maggiore, a prendersi cura della minore. Invece c’è un’inversione: è Olivia, ricevendo queste lettere, ad aiutare Mina a sentirsi ancora nel mondo, perché l’ospedale è un non-luogo. La connessione che continua ad avere con la sorella la mantiene in contatto con il mondo fuori, ed è fondamentale. Olivia - senza saperlo - si sta prendendo cura di Mina. Nel libro fai la differenza tra il “mondo dentro” e il “mondo “fuori”: sono mondi geografici e al contempo mondi intimi?
Entrambe le cose: “casa”, il Canavese, e l’ospedale sono luoghi diversi: l’ospedale funziona in modo diverso, come orari, regole, persone etc. Poi sicuramente c’è una parte emozionale, di interiorità ed esteriorità: una vita interiore e una vita esteriore, una parte di realtà e una parte di fantasia. Distinzioni nette sotto ogni aspetto, ma entrambe importanti. Avere due mondi (immaginato e quotidiano) in realtà è un trucco che Mina e Lorenzo utilizzano per stare bene, per salvarsi.
A Mina non piacciono i clown che vanno a fare animazione in reparto, li trova fastidiosi e poco divertenti. Per Mina e per te quanto sono stati importanti i volontari in reparto?
Confesso che anche io non sopportavo i clown… Ovviamente è personale, ma entravano in stanza quando io avevo voglia di dormire e di farmi gli affari miei. Ma è passato tempo e adesso ci sono attenzioni diverse e con i volontari si crea un buon rapporto, perché in fondo entrambi si è stranieri: il bambino è straniero a sé stesso perché l’ospedale non è un luogo che conosce e dove si riconosce, e le persone che cercano di stabilire un contatto benefico con loro sono “straniere”, nel senso che devono imparare a calibrarsi con i piccoli pazienti, e può volerci tempo. Quindi a parte i clown… I volontari sono stati fondamentali: ricordo che erano loro a portarmi i libri dalla biblioteca, le cassette e i cartoni. Erano un po’ le braccia e le gambe che in quel momento non potevo usare. Me ne ricordo molti, ho tante foto con loro.
Mina racconta la sua storia in prima persona: ci aiuta a capire molte cose della malattia e dell’essere bambini con il suo sguardo e le sue parole di bambina. Insegna moltissimo agli adulti (personaggi e lettori) usando un linguaggio trasparente e scanzonato, senza mai infiocchettare o drammatizzare come farebbe magari un adulto.
Certo! io inizialmente ho fatto quelle che si chiamano “prove di voce”: ho provato a far raccontare questa storia a tanti personaggi, e mi sono accorta che i personaggi adulti la raccontavano in maniera estremamente triste. Questo è uno dei motivi per cui è Mina a raccontare, con quel tipo di sguardo: può permettersi una leggerezza che esiste ma che a volte noi adulti dimentichiamo. Leggerezza che non è fuga, ma una differente prospettiva che aiuta Mina a vivere meglio la sua esperienza. Tutte le volte che parlo di questo libro mi viene sempre da esortare: quella leggerezza, quella capacità immaginativa noi adulti le abbiamo ancora: è quello che ci permette di sognare qualcosa di bello, di desiderare delle cose migliori per noi… Conserviamo quella parte bambina, ce la portiamo dietro nel bene e nel male per tutta la vita, e dobbiamo ascoltarla.
La fantasia è protagonista, e sta accanto alla sofferenza, che può essere altrettanto preziosa: una storia da affrontare e da raccontare.
Sì, raccogliere qualcosa che si è subito passivamente decidendo di diventare attivo: essere finalmente chi parla, chi conduce la storia.
Ultima domanda, a chi consiglieresti il tuo libro? Chi ha bisogno di un drago?
Mah, io un drago lo consiglierei a tutti! Inizialmente mi sono confrontata con l’editore e con l’agente per capire a chi rivolgere il romanzo, a chi poteva parlare; alla fine è uscito come libro per adulti. Ma lo sto portando nelle scuole… Quindi lo consiglierei ai bambini e ai ragazzi, alla loro parte adulta, e alla parte bambina degli adulti.

Erica Berti

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