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Il bambino si sente come a casa

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Confronto tra 6 giovani architetti sui nuovi reparti di degenza

Dopo aver visitato il nuovo Hospice e altri reparti appena ristrutturati nell’ospedale infantile Regina Margherita sono venute spontanee alcune riflessioni e domande che sono state rivolte a giovani architetti dell’università di Torino che stanno esercitando la professione in vari ambiti e con incarichi diversi. Si tratta di sei architetti – Fabio Manfrin, Laura Lo Cigno, Gabriele Scotti, Pietro Vaglietti, Pietro Bairati, Marta Mariani – che con entusiasmo e professionalità hanno accettato di contribuire con il loro punto di vista circa le nuove tendenze architettoniche ospedaliere. I quesiti posti riguardano la pura progettazione – come deve essere e quali persone devono essere interpellate - e gli elementi a cui un architetto deve prestare attenzione per creare al meglio un reparto ospedaliero infantile; quali sono i principi fondamentali per cercare di rendere tali spazi accoglienti e meno minacciosi possibile.

FABIO MANFRIN affronta il discorso sottolineando la difficoltà della creazione di spazi ospedalieri dedicati ai bambini: “Interpretare, attraverso spazi e percorsi le esigenze di un bambino, è già complicato nelle destinazioni d’uso didattiche, ben più difficile è quando si affronta un tema come quello degli spazi di cura dove valori come accoglienza, responsabilità, didattica e comunità si affiancano indissolubilmente alla sofferenza sia del bambino che dei genitori, spettatori inermi al percorso di malattia del proprio figlio.” “Infatti - dice LAURA LO CIGNO - è sicuramente utile e necessario creare un gruppo di lavoro multidisciplinare”. Su questo concetto sono tutti d’accordo, il parere  del medico e dell’infermiera sono importanti tanto quanto la voce del bambino  paziente e dei suoi genitori. GABRIELE SCOTTI sottolinea come “la principale mancanza che un bambino possa sentire all’interno di una struttura ospedaliera sia il contatto con il mondo esterno. Il bambino, a differenza degli adulti, durante la sua fase di crescita ha come scopo principale la scoperta del mondo che lo circonda; per questo un reparto pediatrico, ancor più che un reparto ospedaliero qualsiasi, non dovrebbe mai dimenticare il modo in cui continuare a far  interagire con la realtà i bambini. Quindi è importante (…) studiare il rapporto con gli spazi esterni, provando a diminuire il più possibile le barriere che inevitabilmente si ergono fra gli spazi chiusi e gli spazi aperti. Oltre a ciò gli spazi interni dovrebbero essere pensati come fossero una casa, ricostruendo per i bambini un ambiente familiare in cui divertirsi e giocare con le cose di tutti i giorni; pensiamo a quanto si divertono i bambini a cucinare insieme ai genitori e a come la cucina spesso diventi una vera e propria sala giochi.” LAURA LO CIGNO interviene dicendo che “se uno stesso spazio è utilizzato e condiviso da diverse figure, la convivenza tra queste sarà più piacevole quanto più soddisfatti saranno gli utenti. Ed in questo l’architettura può influire in modo decisivo.” MARTA MARIANI evidenzia che “la bravura di un architetto sta nel mettere insieme i bisogni, così delicati ed intimi del paziente, con quelli del medico”. “Infatti - afferma FABIO MANFRIN - “Il fine è necessariamente creare ambienti efficienti e di elevata qualità architettonica, nonché ambiti organizzativi e sanitari, in modo da garantire la massima efficienza e adattabilità della struttura al servizio degli operatori sanitari. La finalità deve essere di definire un progetto volto ad integrare la funzionalità di una struttura ospedaliera con la fondamentale attenzione al benessere psicofisico dei piccoli pazienti, delle loro famiglie e del personale medico, sanitario e tecnico mediante l’impiego di un gruppo di progetto multidisciplinare” (…) ma PIETRO BAIRATI fa notare che “spesso ci si scontra con la necessità di rientrare in budget molto ristretti che non permettono di mettere in atto quanto previsto in progetto”.

Veniamo al caso specifico: esistono dei testi o degli studi incentrati su tale tema?
PIETRO VAGLIETTI pone l’accento sul fatto che l’esperienza è la “Prima Maestra”, infatti dice: “Tralasciando la pura accademia, la manualistica storica che seppur estremamente importante come teoria di base, oggi rimane un riferimento statico, probabilmente sono le ‘best practices’, ovvero le esperienze odierne che hanno ottenuto i risultati migliori e che sono riconosciute come eccellenti, a determinare i riferimenti guida nella progettazione di reparti ospedalieri.”
Partecipa alla discussione GABRIELE SCOTTI ricordando che “degli studi sono stati fatti da Renzo Piano per il progetto ‘dell’ospedale perfetto’ affidatogli dall’allora ministro Veronesi, ripreso recentemente anche per la regione Liguria. Il nome e gli studi dell’architetto genovese, seppur inflazionati e molto pubblicizzati, portano con sè delle riflessioni interessanti e di sicuro valore sul tema ospedaliero; a partire dalle teorie della progettazione moderna, Piano si fa portavoce dei nuovi sentimenti e della ritrovata sensibilità che stanno accompagnando la progettazione contemporanea degli edifici ospedalieri, ponendo al centro il paziente e non più la standardizzazione e la meccanizzazione degli spazi”.
Ricordiamo gli ospedali di un tempo dove le camerate erano molto ampie e spiccava l’assenza di colori e forme. Certamente le esigenze di un tempo erano diverse, le camere ampie davano maggior sicurezza di ricambio dell’aria e gli arredi dovevano essere essenziali per non intralciare il lavoro del medico. Forse l’attenzione era più funzionale che estetica o accogliente. “Ora – sostiene FABIO MANFRIN – I pazienti sono naturalmente al centro del concetto di ‘umanizzazione’: è intorno ai pazienti e al loro rapporto con l’ambiente ospedaliero che si deve concentrare la ricerca scientifica del progettista, dimostrando l’incidenza (positiva o negativa) dell’ambiente sui livelli di stress degli utenti e le potenzialità ristorative di alcuni fattori ambientali come la luce naturale, il colore, le vedute piacevoli, la musica, ecc., con possibilità anche di effetti terapeutici.” Interviene GABRIELE SCOTTI ribadendo che è importante “ascoltare i pazienti, dunque, senza però tralasciare chi lavora nelle strutture che, con la propria esperienza continuativa e non occasionale, può fornire validi spunti per la progettazione. In sintesi, quindi, non credo che vi debba essere una prevaricazione fra i desideri dei pazienti e quelli dei medici, infermieri, volontari, ma che tutte le voci debbano essere ascoltate in modo che l’architetto si metta a servizio dei loro desideri, apportando al tempo stesso la propria competenza tecnica”. LAURA LO CIGNO dice a questo proposito che “in un reparto ospedaliero pediatrico, il medico dovrà esser soddisfatto soprattutto dal punto di vista funzionale e pratico, per poter svolgere in maniera adeguata e comoda il suo lavoro; allo stesso tempo il paziente dovrà avere attorno a sé un ambiente gradevole, rilassante ma anche stimolante.”
Quindi mentre un tempo tutto sembrava essere spartano e pratico ora si punta di più al fattore umano, alla gradevolezza e allo stemperamento della tensione che un ricovero certamente comporta.
MARTA MARIANI dice: “Le forme degli spazi, ma anche quelle degli oggetti sono importanti: pensiamo solo a come certi oggetti di uso quotidiano delle nostre case si siano trasformati negli ultimi trent’anni, passando da forme squadrate a forme morbide e ‘gommose’, rendendoli più piacevoli non solo alla vista ma anche al tatto.”

Se questo è nella vita quotidiana fuori dall’ospedale, perché mai non dovrebbe esserlo in un reparto per di più infantile?
“Un progetto di architettura deve rispondere a requisiti di diverso tipo (funzionale, economico, sostenibile, etc.), ma deve anche creare emozioni negli utenti” dice LAURA LO CIGNO. “Ancor prima dei materiali, delle forme e dei colori ritengo che sia essenziale l’utilizzo della luce naturale e della vegetazione,” interviene PIETRO BAIRATI. “L’architetto deve saper ideare delle soluzioni mirate – raccomanda PIETRO VAGLIETTI - per far sì che il bambino tragga sollievo dalla percezione degli ambienti che quotidianamente si trova obbligato a vivere. Questo è possibile grazie alla giustapposizione di colori forme e materiali, rispetto ai quali oggi è necessario andare oltre, sfruttando le potenzialità degli strumenti tecnologici che si hanno a disposizione, e che permettono per esempio ad un semplice corridoio di diventare la pancia di una balena, con diverse esperienze interattive mediante l’utilizzo di monitor o giochi cromatici che inducano serenità e speranza.”
Ed è quello che abbiamo visto nel nuovo Hospice del Regina Margherita progettato da Sabra Miroglio, il mare con i pesci, le onde, i colori e la sensazione di trovarsi immersi in uno spazio rilassante. FABIO MANFRIN sostiene che “gli ambienti devono essere dimensionati a scala di bambino, raccolti, con ampiezze, volumetrie, materiali, colori e arredi residenziali piuttosto che istituzionali, con elementi ludici anche nelle strutture e spazi deputati a funzioni  non ludiche (ad esempio banchi di accoglienza, sale d’attesa, corridoi e aree di passaggio, ecc.)”; addirittura “Ricerca di elevata qualità ambientale attraverso la mitigazione dell’inquinamento acustico, l’impiego della luce naturale e del sound design.”
Ma cos’è il Sound Design?  FABIO spiega che si tratta di “progettazione di stimolazioni uditive, diverse da ambiente ad ambiente, formulate in maniera ciclica nell’arco della giornata, il progetto prevede la predisposizione delle stanze di degenza per l’immissione di suoni che potranno essere personalizzati per ogni singolo paziente, mediante la realizzazione di un sistema di diffusione sonora con controllo centralizzato.”

Ma le camere dei piccoli pazienti come dovrebbero essere?
PIETRO BAIRATI afferma che “le camere dei piccoli degenti dovrebbero essere il più possibile simili a quelle di una comune casa, fatti salvi i requisiti necessari.” È interessante quanto dice ancora FABIO MANFRIN: “Oltre agli spazi di collegamento, di accoglienza di didattica e di gioco comunitario, risulta molto importante, e a mio avviso molto più di altri, curare lo spazio della camera privata di degenza. Essa deve rappresentare per il bambino e per il genitore, una tana protettiva proteggendone le relazioni e l’intimità, pur garantendo le necessarie condizioni cliniche di igienicità ed efficienza assistenziale. Gli elementi di gioco, colori e suoni si fondono con l’arredo tecnico ospedaliero, mascherandolo e mitizzandolo. Risulta quindi fondamentale riuscir a far sentire il bambino protetto e accudito come se fosse nella sua cameretta, stimolando inoltre la sua sensorialità, con studi cromatici di interni”. “Bella l’idea della ‘tana’ che protegge e aiuta a ricreare uno spazio di intimità necessario alla famiglia. Dover stare in ospedale non significa dover perdere per forza il senso di protezione e di intimità che ogni famiglia crea a casa propria. Se la degenza è lunga è bene ‘creare un habitat dove i bambini possano sentirsi in un luogo che cerchi di superare l’aspetto negativo della degenza” ci dice PIETRO BAIRATI. FABIO MANFRIN con gli altri conclude che “oltre all’aspetto architettonico, tecnico ed estetico, il coronamento dell’intero progetto deve essere comunque garantito da uno spirito comunitario, l’architettura deve essere solo un mezzo dove far convogliare il sentimento, l’emozione e la professionalità degli attori che compongono la struttura. Esempi virtuosi quindi, com’è senza dubbio quello del Regina Margherita, devono essere forza trainante per la ristrutturazione di vecchi reparti o per un buon concept architettonico sulle strutture ex novo. Oltre ad essere struttura architettonica lo spazio è luogo di vita, d’incontro, di affetti che accoglie al suo interno relazioni fra persone ed interazioni con oggetti. Mi sembra dunque fondamentale pensarlo e progettarlo creando contesti di rilievo per i soggetti che lo abiteranno, dove ognuno possa sentirsi accolto, possa sentirsi parte di esso e possa lasciare tracce di sé.”

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