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KIEV CHIAMA, UGI RISPONDE

KIEV CHIAMA, UGI RISPONDE


Pochi di noi avrebbero immaginato che nel 2022 potesse scoppiare un conflitto così drammatico al centro dell’Europa e ad una manciata di chilometri dalle nostre case. C’era già stata la guerra in Bosnia, ma gli effetti, come poi abbiamo visto nel tempo, sarebbero rimasti circoscritti a quella regione, divisa da rivalità territoriali e religiose. E in ogni caso in quel conflitto nessuno paventò mai l’idea di una possibile guerra nucleare.
Gli effetti dell’invasione russa in Ucraina si sono trasmessi rapidamente anche al resto dell’Europa. E tra i tanti drammi abbiamo assistito ad una emergenza sanitaria che non si verificava dalla seconda Guerra mondiale. Che in parte ha riguardato, e riguarda tutt’ora, la terribile situazione in cui si sono venute a trovare famiglie con bambini e adolescenti in terapia oncologica. Quando si è diffusa la notizia che dovevano essere trasferiti dagli ospedali infantili di Kiev negli scantinati delle case, per tenerli al riparo da missili e bombe, è stato chiaro a tutti che ci saremmo trovati di fronte ad uno scenario mai visto prima in Europa. Con famiglie abbandonate al loro destino. La macchina della solidarietà internazionale si è così messa in moto e parte di quelle famiglie sono uscite dall’inferno in fiamme delle loro città. Una trasmigrazione delicatissima. Molti di quelle famiglie sono arrivate a Torino, grazie ad un ponte aereo della solidarietà, e in poche ore i piccoli degenti sono stati trasferiti nelle strutture ospedaliere piemontesi. Primo tra tutti l’attrezzatissimo Regina Margherita. All’interno di questo numero del nostro giornale abbiamo ripercorso, con un servizio speciale, le ore convulse dedicate alla ricerca di una soluzione che consentisse ai bambini di riprendere le cure e alle famiglie di trovare una sistemazione adeguata e non troppo distante dai loro figli.
L'UGI è stata ancora una volta la capofila di una unione di forze, che ha visto enti e associazioni no profit mettere insieme una prima rete di assistenza. UGI ha dispiegato tutta la sua capacità organizzativa di donne e uomini, di locali e strutture, di assistenza professionale e di volontariato. L’eccellenza, che ormai Torino e il Piemonte conoscono bene. Capace anche di soluzioni in tempi brevi, che è il primo obiettivo, in casi di questo genere, per alleviare le sofferenze di famiglie che arrivano, senza una valigia, da un Paese martoriato dalla guerra e con tutte le difficoltà di comprensione che s’incontra tra gente che parla lingue diverse. Tuttavia, non possiamo ignorare la domanda centrale che una catastrofe umanitaria di questa portata richiede: e la prossima volta? Se scoppiassero altri conflitti, se fossero necessarie altre emergenze? Chi accoglierebbe nuove, e forse più numerose famiglie?
L'UGI ha fatto molto, e può fare ancora, ma ci sono limiti oggettivi, anche nell’accoglienza. E dopo? Forse è il momento che governo, regioni e comuni, con i fondi che arriveranno dall’Europa, comincino a programmare reti di assistenza pubblica sanitaria e di accoglienza per famiglie profughe di guerra. Case, locali, mense, personale dedicato, centri di coordinamento. Sul modello di UGI. Ed esattamente come lo Stato ha fatto per contrastare il Covid. I bambini ucraini di UGI, e le loro mamme, torneranno un giorno a casa. Il clima generale però è tempestoso, e prima che si scatenino altre bufere sarebbe bene farsi trovare preparati.

Giorgio Levi
Direttore de "Il Giornale dell'UGI"

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