Ci sono cose alle quali prestiamo attenzione soltanto quando ci vengono tolte. Camminare. Correre. Andare a scuola. Litigare con un amico. Tirare un calcio a un pallone. Le chiamiamo cose normali, spesso quasi con sufficienza, come se la normalità fosse il contrario della felicità. Poi accade che la vita, per qualche tempo, ce le porti via. E allora scopriamo che proprio lì, nelle cose che non fanno notizia, si nasconde una parte enorme di ciò che conta. In questo numero del Giornale dell’UGI si parla molto di sport. Ma il pallone, la palestra, il movimento sono soltanto la parte visibile di qualcosa di più grande. Tornare a muoversi dopo una malattia significa tornare ad avere fiducia nel proprio corpo, ritrovare gli amici, sentirsi parte di un gruppo, immaginare di nuovo il futuro. Significa, soprattutto, ricominciare a pensarsi non come pazienti, ma semplicemente come ragazzi. La professoressa Franca Fagioli lo dice con parole semplici: oggi non basta più guarire. Bisogna fare in modo che un bambino possa tornare integro nella sua vita fisica, psicologica e sociale. È una piccola rivoluzione nel modo di intendere la cura. E forse anche nel modo in cui noi tutti dovremmo intendere la salute. Perché guarire non è soltanto finire una terapia. È poter tornare a scuola e preoccuparsi per un’interrogazione. È arrabbiarsi perché l’allenatore ti lascia in panchina. È innamorarsi della persona sbagliata. È discutere con i genitori per l’orario di rientro. Insomma, è poter avere di nuovo problemi normali. Eleonora e Francesco, che giocano nella squadra 100% UGI, raccontano che stare insieme a ragazzi che hanno attraversato esperienze simili dà forza e speranza. Stefano Sorrentino, che di partite importanti ne ha giocate molte, dice che nessuna finale gli ha regalato l’emozione che prova vedendo questi ragazzi correre dietro a un pallone. Non è retorica. È il rovesciamento di una classifica. Passiamo gran parte della vita cercando qualcosa di straordinario: un successo, un viaggio, un traguardo, un giorno da ricordare. E rischiamo di accorgerci troppo tardi che la felicità ha spesso un aspetto molto meno appariscente. Una cena a casa. Una corsa al parco. Una partita con gli amici. Un figlio che esce e torna tardi, facendoci anche arrabbiare. Il lavoro dell’UGI, da oltre 45 anni, sta anche qui: accompagnare bambini, ragazzi e famiglie verso questa straordinaria normalità. Con la ricerca, l’assistenza, la riabilitazione, l’informazione, lo sport, la presenza quotidiana. Senza promettere che tutto sarà facile, ma facendo in modo che nessuno debba affrontarlo da solo.
