RIPARTENZA

RIPARTENZA

 
LA PAROLA CHIAVE PER IL DOPO-COVID, ESATTAMENTE COME DOPO UNA MALATTIA IMPORTANTE.
NE È CONVINTO FEDERICO MARCIALE, 34 ANNI, EX BIMBO UGI
 
Federico, per parlare della tua ripartenza, vuoi raccontare prima brevemente l’episodio della malattia che ha segnato la tua infanzia?
Provo a mettere insieme per questa intervista un mondo che quasi non ricordo, come se non mi appartenesse più. Vedi, è un guazzabuglio grande la malattia nella mia mente, ero un bimbo di soli quattro anni quando mi fu diagnosticata la leucemia linfatica e mi ricoverarono all’Ospedale Infantile Regina Margherita. Fu una malattia che, per mia fortuna, ebbe bisogno di soli due anni di cure ospedaliere e forse proprio il fatto che io fossi così piccino e che tutto si sia risolto in un periodo relativamente breve, contribuisce a rendere gli episodi piuttosto confusi ed i ricordi sfumati. Oggi ci sono fantasmi che qua e là ricompaiono, vissuti che sono rimasti ben impressi, come la perdita dei capelli, le frequenti ospedalizzazioni, la chemio. A questo si sovrappongono ricordi più piacevoli, come quello di un giovane volontario UGI, grazie al quale sopportai meglio l’ospedale che così tanto mi spaventava.

Fermiamoci un momento e vediamo come l’UGI ha fatto parte del tuo vissuto ospedaliero e forse anche della tua ripartenza?
Certamente è stato fondamentale. Con l’UGI ho camminato verso la guarigione, mi ha sostenuto e aiutato ad arrivarci. Nel buio del dolore, della paura che ricordo provavo,
alla mente si affacciano i visi dei volontari che mi facevano giocare e mi portavano regali. C’è un viso, che ho nitido in me, di una signora di cui purtroppo non ricordo il nome. Mi sorrideva sempre, anche se ero poco incline alla comunicazione, date le condizioni, ma la signora mi aspettava, e mi confortava cercando di rendere meno crudo ciò che mi spaventava cioè l’odore dei disinfettanti e delle medicine. E ora torno al volontario prima citato, un ragazzo che arrivava con alcuni libri, faceva mettere in cerchio tutti noi bambini, ci leggeva questi libri e noi potevamo, anzi dovevamo interagire con particolari inventati, con eventi costruiti sul momento, con deviazioni divertenti dalla trama ufficiale. Quanto ci si divertiva e per questo aspettavo questi pomeriggi piacevoli che mi hanno accompagnato nei due anni di degenza.

Veniamo al concetto di “ripartenza” e a come hai ripreso la vita dopo i due anni di ospedale.
Partirei dalla Scuola, la prima realtà incontrata dopo la malattia. C’è stato un primo inevitabile assestamento con i compagni, io non avevo frequentato l’asilo ed ero digiuno di rapporti di classe, ma pian piano le relazioni migliorarono. Ho un bellissimo ricordo di un mio desiderio: volevo giocare a calcio e i miei genitori mi iscrissero in una scuola-calcio, avevo otto anni ed ero davvero felice, ben integrato nella squadra tanto che a vent’anni ancora ci giocavo. Forse l’età infantile in cui mi sono ammalato mi ha permesso di poter rimuovere in fretta il negativo senza grossi traumi. Diciamo che sono tornato ad essere maggiormente consapevole della mia passata malattia, verso i vent’anni, mentre durante l’infanzia e l’adolescenza neanche ci pensavo, ero sufficientemente inconsapevole.

In questa ripartenza chi ha avuto un posto speciale?
La mia famiglia è sempre stata molto presente, mamma, papà, mia sorella. Pensa che quando dovevo essere operato di tonsille all’età di otto anni, mia sorella piangeva e non voleva che tornassi in ospedale, perché anche lei aveva sofferto per me e con questo nuovo ricovero le tornava in mente il mio passato da malato. Assolutamente non dimentico i medici, umanissimi e attenti, che per anni mi hanno seguito, visitato, sempre sostenuto con affetto e una psicologa che mi ha aiutato per molto tempo. Ricordo i giochi che mi faceva fare con le carte. Erano giochi di associazione, di memoria e mi piaceva talmente questo intrattenimento terapeutico da aspettare con ansia gli appuntamenti con lei.

Veniamo all’oggi. Di cosa ti occupi?
Oggi siamo tutti vittime del COVID, ma anche qui ho saputo combattere, sempre con l’aiuto e la collaborazione di altri. Con la mia ragazza Sara abbiamo creato da alcuni anni, una start up che lancerà sul mercato bomboniere ed oggetti che nel futuro incrementeremo. Certo col COVID ci siamo fermati come tanti altri, ma ripartenza è la parola chiave e quindi abbiamo ricominciato da poco.
Produciamo comunque per ora in maniera artigianale soprattutto le bomboniere, ma con grande attenzione alla sostenibilità. Non usiamo plastica o prodotti che alterano l’equilibrio dell’ambiente, ad esempio l’uso della carta e degli imballaggi è sostenibile.
Per i nostri oggetti inseriamo, quando ovviamente l’oggetto ce lo richiede, una pianta originaria del Centro America e coltivata in Italia, la Tillandsia, che vive senza bisogno di terra perché assorbe il nutrimento dall’aria, non ha bisogno di essere tagliata, e inoltre purifica l’ambiente in cui si trova.
Noi progettiamo gli oggetti, facciamo realizzare alcune parti da diversi laboratori e altre sono realizzate da noi, quindi assembliamo e spediamo. Per ora il nostro mercato è in Piemonte e in Lombardia, ma abbiamo la speranza di ampliare a breve il territorio di vendita dei prodotti.

Quale può essere il messaggio per tutti i nostri lettori oggi?
Prima di tutto affido a questo giornale un caro ricordo dell’UGI, che non smetterò di ringraziare per la condivisione di ogni necessità. E in secondo luogo per tutti l’augurio che si possa tornare alla vita dopo il COVID, proprio come quello che è successo a me.

Giovanna Francese

Copyright 2021 - Ugi Torino C.F. 03689330011 - Privacy policy

Abc Interactive