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Il gallo muto

Una favola per i più piccini: il gallo muto


Era così bello e maestoso che tutte le galline del pollaio gli correvano dietro pur di essere degnate di una beccata.
Ogni mattina, al levar del sole, saltava sul palo più alto della staccionata e con il suo possente chicchirichì svegliava tutti: animali e umani. Anche quel giorno andò sul solito palo, ma quando aprì il becco e l’aria dei polmoni soffiò nella gola, nessun suono ne uscì. Lì per lì non ci fece caso convinto di non aver spinto abbastanza; riprovò a comprimere i polmoni e a emettere aria con violenza ma il silenzio continuò: allora restò sgomento a becco aperto! Volò sull’abbeveratoio di pietra e tracannò l’acqua gelida, ma anche così nulla usciva dal becco. Girò e rigirò l’aia disperato e, nella speranza che prima o poi tutto sarebbe tornato come prima, si precipitò nel pollaio e beccò furiosamente le galline per svegliarle.
“Che modi!”
“Sono ben altre beccate che mi sarei aspettata!”
“E’ una moda nuova? Ora non si canta più per la sveglia?”
I commenti aumentavano tra le chiocce frastornate e nessuna di loro ebbe il coraggio di fargli domande, ma la risposta arrivò da sola appena videro il gallo nascondersi in un angolo del pollaio.
“Ha perso la voce! - starnazzarono in coro le femmine pennute - adesso come faremo senza il suo chicchirichì?”
L’aia è piccola, gli animali mormorano, così in un batter d’occhio tutti sapevano che il gallo era diventato muto.
“Gli sta bene! Pieno di boria e vanitoso! Finalmente un po’ di giustizia! Spiace solamente per la sveglia, ma per lui…! Questi erano soltanto alcuni dei commenti che si sentivano tra gli animali della fattoria. E sì, il gallo non era amato, troppo bello e baldanzoso, così si era accattivato le antipatie di tutti. Forse però non proprio di tutti…
Il tacchino, che abitualmente se ne fregava degli altri, nel sentire quelle cattiverie e vedendolo tanto umiliato nell’angolo del pollaio, gli si avvicinò domandando:
“Cosa ti è successo?”
“Non lo so! Non capisco! Sono rovinato! Io, la miglior ugola della fattoria che non canta più! Tutta la mia reputazione svanita in un silenzio. Questa è casa mia, questo è il mio pollaio!”
“Cosa hai detto? Non sento nulla! Parla più forte! Muovi il becco ma non esce alcun suono”. Disse il tacchino.
Il povero gallo parlava, credendo di farsi sentire come sempre, ma al contrario, nessun suono usciva dal suo becco: ecco perché il tacchino non capiva! Ma quando questi gli vide una lacrima uscire dagli occhi, comprese!
“Un bel guaio, per uno che vive del suo canto! Ti aiuterei volentieri, ma il  mio glu-glu è brutto e sgraziato e, anche se il pollaio mi accettasse, sarei sempre un intruso. Credo che ti dovrai abituare alla solitudine e a un altro gallo nel gallinaio!” Il poverino, che era muto ma non sordo, a quelle parole ebbe una sferzata d’orgoglio e, tirando su il collo più che poté, cercò ancora una volta di cantare. Un gorgoglio sordo e afono fece scrollare il capo al tacchino che, ciondolando il capo, ritornò da dove era venuto lasciando solo e disperato il compagno pennuto.
Il contadino non se n’era ancora accorto, ma quando questo sarebbe avvenuto, per il gallo non ci sarebbe stata che una strada: quella della pentola! La capra, che tanti considerano grulla, ma che invece tonta non è, gli si avvicinò mettendolo in guardia.
“Non è del tuo orgoglio ferito che ti devi preoccupare, ma di quello che farà il fattore quando saprà!”
Il poverino, a quelle parole, trasalì. Per la prima volta comprese che stava rischiando le penne; Altro che l’onore offeso! Se non risolveva al più presto il problema, tutta la sua boria sarebbe bollita con lui!
Fu una piccola e silenziosa gallinella a salvarlo.
“Mi è capitata la stessa cosa qualche giorno fa. Si era incastrato nell’ugola un chicco di granturco impedendo la fuoriuscita dei suoni”.
Il gallo, rincuorato dalla notizia, chiese come avesse fatto a toglierlo, ma essendo senza voce, nessuna domanda arrivò alla gallinella.
“Ti chiederai come ho fatto a farlo andare via, beh non è stato difficile, ho aperto il becco e ho chiesto per favore a una grossa chioccia di estrarlo con il suo lungo becco”.
-Facile per lei che non ha una reputazione da salvare, ma io come faccio a umiliarmi così tanto? Io non ho mai chiesto niente a nessuno e mai lo farò!- Pensò tra sé il gallo.
La gallinella, che ben sapeva di che pasta era, continuò:
“Penso che per uno come te chiedere un favore equivale a umiliarsi, ma dovrai scegliere, o abbassare la cresta oppure…cotto in pentola!”
Il pennuto borioso improvvisamente si sgonfiò e, a capo chino, si avvicinò alla grossa chioccia muovendo ripetutamente la testa in segno di richiesta d’aiuto.
“Era ora! E che questo ti serva da lezione! Sarai pure il gallo più bello e più forte, ma come vedi è bastata una piccola cosa come un granello di mais per sottometterti!” 
 

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