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il Natale di Paolino

Una favola per i più piccini: il Natale di Paolino


Era la notte della Vigilia di Natale a Collelungo, un paesino abbarbicato sulla cima dell’omonimo monte. Qui viveva la famiglia Stipettaia, così denominata dai compaesani proprio dal mestiere del capofamiglia Vincenzo, che faceva il falegname. In questa vi erano due fratelli: Teresa di otto anni e Paolino di sei. I due erano molto attaccati l’uno all’altro, Teresa la più grande aveva assunto il ruolo di mammina verso Paolino e lui seguiva la sorella in tutte le attività quotidiane. Entrambi frequentavano le elementari di Collelungo e avevano preparato la letterina di Natale per i propri genitori Vincenzo e Rosa. Era un lavoro didattico particolare. Le letterine erano state disegnate e scritte dagli stessi ragazzi. In queste c’erano tanti lustrini e disegni: una capanna, la Sacra Famiglia al suo interno, con sopra la stella cometa, e ai lati della stella vi erano due angioletti che suonavano uno la lira e l’altro una trombetta, per osannare il Bambino Gesù; accanto alla capanna vi erano raffigurati due pastori con un agnellino ciascuno sulle spalle e nella pagina accanto seguivano tenere frasi dedicate ai genitori. In quella notte di Vigilia i due fratellini andarono alla Messa organizzata per i più piccoli di Collelungo e, prima dell’importante funzione, andarono in sacrestia a salutare Don Pasquale, il parroco di Collelungo. Il prete era un uomo burbero ma molto affabile con i piccoli, che rendeva partecipi in ogni attività parrocchiale. Ogni anno Don Pasquale preparava con i ragazzi il falò del Natale davanti al portale della chiesa. Il rito del falò si perdeva nella notte dei tempi e stava a simboleggiare la fratellanza poiché con il fuoco si bruciavano le negatività dell’anno appena trascorso e si auspicava una maggiore serenità all’intera comunità per l’anno nuovo. Il parroco aveva una certa esperienza e lo faceva alto anche quattro metri. Sistemava alla sua base con una certa geometria dei grossi tronchi di querce, mentre nella parte superiore posizionava diverse fascine di ginestre e di salici. Vincenzo, il padre di Paolino e Teresa, era un bravo falegname. Tuttavia l’uomo riusciva a svolgere il proprio lavoro solo al mattino, perché durante il pranzo iniziava a bere parecchio vino, e proseguiva fino a sera. Infatti nel pomeriggio era quasi sempre ubriaco e non riusciva più a connettere con il suo lavoro. Per questo non riusciva a guadagnare molto ed era spesso senza soldi, a volte gli mancavano anche quelli necessari a svolgere il proprio lavoro. Vincenzo sapeva bene come Don Pasquale preparava il falò e aveva architettato di trafugare i grossi tronchi di querce, che sarebbero stati molto utili al proprio lavoro. Fu per questo che, appena fece buio, mentre tutti i paesani erano dentro la chiesa a seguire la funzione religiosa, andò a prendere proprio quei pezzi di legno che sostenevano il falò. Caricò la legna su una vecchia carriola e, guardingo e in tutta fretta, la trasportò in falegnameria. Poi, appena finì la funzione, dalla torre campanaria presero a suonare le grandi campane. I forti e festosi rintocchi annunciarono a tutto il paesino l’inizio della festa. Don Pasquale uscì fuori sul portale, pronto ad accendere il falò, ma con grande stupore vide che la costruzione del falò era crollata a terra. Costernato guardò in alto, come a parlare al cielo e disse: “No! Non è possibile. Chi ha rubato la quercia del Natale?”. Poi fece un grosso respiro, si rimboccò le maniche e con pazienza ricostruì il falò con la legna rimasta e accese il fuoco. Intanto i bambini avevano formato un grande cerchio intorno al falò, che da subito si incendiò: le lingue di fuoco parevano danzassero verso le stelle e tutto scoppiettava e crepitava. Un magico spettacolo che per diverso tempo ipnotizzò gli occhi dei bambini. Tuttavia, non durò a lungo poiché mancava il legno duro della quercia, che avrebbe bruciato fino al mattino. Poi, quando il fuoco ebbe perso il suo impeto, Paolino e Teresa decisero di tornare a casa per festeggiare il Natale con i genitori. A casa c’era Rosa, la loro mamma, che era una donna perennemente svogliata. Indossava dal mattino alla sera una vestaglia bisunta, e spesso non passava neanche il pettine nei suoi capelli. Non aveva voluto preparare l’albero, con la scusa che in casa non vi era spazio a sufficienza, e non si era impegnata a preparare i pacchetti regalo per quel giorno. Rosa adorava seguire in televisione le telenovelas. La donna non ne perdeva una. Queste storie artificiose e con un complicato sentimentalismo le catturavano l’intera giornata. Al mattino guardava “Anche i ricchi piangono”, e proseguiva con la visione di “Beautiful”, poiché le piaceva il protagonista Ridge. A mezzogiorno e un quarto Rosa ciabattando si recava in cucina, apriva il frigo prendendo quello che trovava e con il piatto in mano ritornava davanti al televisore, poiché all’una avrebbero trasmesso “Incantesimo” e il più delle volte continuava così tutta la giornata. Nel giorno della Vigilia Rosa era inquieta. Girovagava in casa senza sapere come occupare il suo tempo, poiché i programmi televisivi riguardavano tutti le funzioni religiose e le tradizioni natalizie. Questo imprevisto l’aveva infastidita parecchio, e quasi per ripicca non voleva vedere nessuno. Si rifiutò di alzare persino la serranda della cucina, per non vedere le finestre della casa di fronte, poiché avrebbe potuto notare la sua amica Giorgina, indaffarata in cucina a spadellare per il pranzo di Natale, e questa visione l’avrebbe fatta deprimere maggiormente. Infine Rosa spense il televisore e si sforzò di preparare qualcosa per la cena, rimanendo in attesa di Paolino e Teresa. Quando tornarono i ragazzini trovarono papà Vincenzo seduto in cucina con un’espressione abbacchiata dal vino e mamma Rosa seduta accanto a lui con la cena pronta. Teresa e Paolino sedettero, e mentre cenavano, con un misto di meraviglia e di tristezza raccontarono il furto delle querce del falò: “Mamma! Papà! Don Pasquale era molto triste”. E mamma Rosa: “Perché?” E loro: “Hanno rubato la quercia del Natale.” Rosa: “Ma che brutta faccenda!” “Ma chi avrà fatto una così brutta azione?” Papà Vincenzo divenne paonazzo, il naso e le gote si colorarono di un viola melanzana; l’uomo abbassò lo sguardo e rimase pensieroso. Alla fine della cena, i ragazzini lessero ognuno la propria letterina e, quando pronunciarono le affettuose parole ai genitori, il cuore di Vincenzo e anche quello di Rosa si sciolsero. Vincenzo volle abbracciare calorosamente i piccoli e dentro di sé si ripromise di utilizzare la quercia per rinnovare il vecchio portone della Chiesa Parrocchiale e anche Rosa baciò i ragazzi e fece una promessa dentro di sé, di non guardare così tanto la tv ma di occuparsi della famiglia. Nell’anno nuovo Vincenzo e Rosa si impegnarono molto e la situazione nella famiglia Stipettaia migliorò. Era come se il rito del falò avesse compiuto la sua magia nella famiglia Stipettaia. 

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